Innovami People: Xelia – Soluzioni Informatiche

Dagli studi universitari alla voglia di fare impresa per investire nelle proprie idee: Tiziana Landi ci racconta la sua storia e di come, insieme ad Alessandro Passerini, è nata Xelia-Soluzioni informatiche

L’avventura di Tiziana Landi e Alessandro Passerini è nata tra i banchi della Facoltà d’Ingegneria all’Università di Bologna. Insieme si sono laureati e hanno in seguito hanno sviluppato Xelia, diventata poi start-up incubata presso Innovami. L’ingresso nell’incubatore è avvenuto in seguito alla vittoria conquistata alla Start Cup Competition del 2006 con il progetto Arlecchino, idea innovativa dedicata alla progettazione dei colori in ambito tessile. Oggi la software house è cresciuta: si è specializzata nella produzione software web e mobile, offre consulenze esterne, progetta e realizza sistemi software per migliorare e ottimizzare informazioni e processi. Tiziana e Alessandro si occupano di sviluppo e progettazione software e seguono l’una la rete commerciale, l’altro l’area tecnica. Non hanno mai lasciato nulla al caso, dalla scelta del nome: Xelia, avente origini latine, richiama alla volontà di eccellere in un settore estremamente competitivo e in costante mutamento come quello dell’IT.

Com’è nata l’idea?

L’idea è nata durante gli ultimi anni universitari, in momento in cui per noi era importante concretizzare, almeno in parte, ciò che stavamo studiando. Il progetto, infatti, è stato pensato per risolvere un problema che affligge ancora oggi il reparto del tessile. L’idea è stata portata come tesi da me: all’università non è nata soltanto l’idea del progetto ma dell’azienda stessa. Abbiamo immaginato con cura tutti i singoli aspetti, cercando anche un nome che rispecchiasse il futuro che volevamo.

Perché avete pensato di trasformare l’idea in un’azienda?

Avevamo due possibilità: passare la vita chinati su una scrivania per realizzare le idee altrui, oppure buttarci in prima persona per concretizzare le nostre idee. La prospettiva in realtà era più graduale: prima volevamo farci le ossa con un’esperienza in azienda, poi ritrovarci e far fruttare quel periodo lavorando a un progetto comune.

Perché avete cercato un incubatore?

In realtà non lo abbiamo fatto. A dire il vero, quando avevamo ancora in mente solo la strategia aziendale, non sapevamo nemmeno che esistessero. Tuttavia nulla capita per caso. Un amico, durante la preparazione per l’esame di Stato, ci parlò di questa opportunità: partecipare ad un concorso per imprese. Abbiamo tentato, impegnandoci al massimo per costruire un business plan, cosa per noi del tutto nuova, e nel presentare tre progetti, tanti quanti i membri del nostro team di amici: un sistema relativo alla gestione degli Rfid, sistemi per interrogare e memorizzare in maniera automatica informazioni inerenti a degli oggetti, un altro per la programmazione dei sistemi remoti e, infine, il sistema di valutazione ambientale “cromovision” che serve a facilitare il compito a chi deve scegliere come arredare un ambiente.

Cosa ha dato Innovami all’impresa? Perché è stato importante per svoltare e arrivare al mercato?

Per come abbiamo vissuto l’esperienza, Innovami ci ha offerto soprattutto contatti. E’ stato un network molto vivo, nel quale abbiamo incontrato giovani come noi pieni di entusiasmo, d’idee e di energia e con i quali trovare punti di contatto, unendo passioni e professionalità per avviare nuovi progetti. Ad esempio, abbiamo lavorato con Formath, Regolcom, Italiana Software, Arkemis e Cryptolab. Certo, non tutte le rampe di lancio assicurano che il decollo del progetto vada a buon fine, ma anche se questo non ha lunga vita, permette di crescere come imprenditori. Oltre che accrescere il bagaglio di esperienze, esiste un riscontro a livello personale ed etico, aspetto di cui andiamo particolarmente fieri e che difendiamo a denti stretti.

Quali sono le maggiori difficoltà? Quali sono le tre cose che uno startupper deve evitare?

La prima cosa da evitare è la tuttologia. Spesso per mancanza iniziale di fondi, tuttavia caratteristica identificativa delle start-up, ci si arrangia a fare tutto. Questo crea delle “backdoor” che hanno effetti negativi nel corso del tempo. La seconda cosa riguarda le risorse che, essendo spesso poche, vanno ottimizzate. Per questo è importante serializzare i processi di produzione e di comunicazione, adattando astutamente quest’ultima alla fase di vita del prodotto e/o servizio che si vuole lanciare. La terza difficoltà sta nel farsi notare. In Italia soprattutto, se il paradosso tipico del neolaureato al colloquio di lavoro è scontrarsi con la domanda: “Scusi, ma Lei che esperienza ha?”, lo stesso si può dire per le start-up. Cambiare questo modo di vedere le cose è difficile, non occorre varcare solo il confine ma attraversare degli oceani.

Quali sono le tre cose che uno startupper deve fare prima di ogni altra cosa?

Per prima cosa vestirsi di sacco e con questo abbigliamento umile affrontare tutte le decisioni. Spesso l’imprenditore fallisce perché crede troppo nella sua idea e trascura o sottovaluta aspetti importanti: dall’organizzazione, alla comunicazione fino al budgeting. Invece occorre miscelare sapientemente, come in una gustosa ricetta, entusiasmo e determinazione con pragmatismo e una visione di lungo periodo. In secondo luogo bisogna curare in ogni dettaglio la comunicazione: le conseguenze di non riuscire a comunicare la potenzialità della propria idea sono come quelle di un seme caduto nella ghiaia che non germoglia. In sintesi non sono le idee a fare la storia dell’imprenditorialità ma soprattutto i risultati e, spesso, questi arrivano solo se si riesce a far arrivare il messaggio ai soggetti giusti. Infine: budget, budget, budget! L’entusiasmo della propria idea rischia di far indirizzare tutte le energie nella progettazione e nella realizzazione dell’idea, trascurando o sottovalutando gli aspetti finanziari. Così, quando si rialza la testa dal tavolo di lavoro, ci si accorge che mancano i fondi e che magari si è fatto il passo più lungo della gamba.

Vi piace fare gli imprenditori e perché?

Diciamo di sì, anche se con l’età che avanza l’entusiasmo un po’ si smorza e diventa più appetibile un comodo lavoro sicuro e pagato, con domeniche che sono domeniche, sabati che sono sabati, sere che iniziano al massimo alle 18:30 e notti in cui si dorme. Tuttavia la soddisfazione di essere selfmade, di essere partiti da zero senza nessuna raccomandazione e di essere ciò che siamo per riconoscimenti e professionalità acquisiti autonomamente, difficilmente può essere condivisa da chi naviga nell’altro scenario. In poche parole chi non fa l’imprenditore vive più tranquillo, ma si spacca la schiena per gli altri. Noi abbiamo la soddisfazione di avere creato dal nulla la nostra azienda restando noi stessi, di aver difeso strenuamente quel cuore pulsante pieno di voglia di evolvere e fare nuove cose, di vivere l’imprenditorialità secondo la nostra etica. Il sogno nel cassetto è di creare un nostro team di sviluppo con giovani leve, in cui essere leader e non capi. Un ambiente in cui non si vede l’ora di correre alla mattina e che dispiace lasciare alla sera, in cui tramandare il nostro capitale umano.

Vi considerate ancora una start-up? Quale sarà il vostro prossimo passo?

Questa domanda ci fa venire in mente un’immagine: una nonnina con i capelli bianchi cotonati che gira con un completino twiggy geometrico e si sente giovane dentro… Ma perché no? In fondo è ciò che si ha dentro che ci connota, non sono né i capelli né i vestiti che mettiamo. Perciò sì, ci sentiamo ancora una start-up anche se il prossimo febbraio festeggeremo 10 anni. E questo per noi è fondamentale: la voglia di non fermarci mai, di pensare ancora a nuove sfide e progetti, affrontandoli con l’esperienza che abbiamo in tasca. Ne abbiamo un paio in testa, sono il nostro elisir di lunga vita.

Come vedete il vostro futuro?

Lo vediamo roseo e felice. Lavoriamo ancora per migliorare e raggiungere nuovi obiettivi. Giusto per chiudere il cerchio: il sorriso compiaciuto di un cliente ci dà la stessa soddisfazione che provavamo alla conquista di un bel voto all’università. Tutti i progetti che sviluppiamo sono un po’ come figli, che cresciamo e foraggiamo con la nostra passione e dedizione.

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