Innovami People: ItalianaSoftware

ItalianaSoftware nasce dal sogno di Claudio e Fabrizio di creare una tecnologia made in Italy nell’ambito dei microservizi e si concretizza nella realizzazione di Jolie

Claudio Guidi e Fabrizio Montesi si sono conosciuti nel Dipartimento d’Informatica dell’Università di Bologna: l’uno seguiva il dottorato di ricerca, l’altro si stava laureando. Dal loro incontro è nata una collaborazione e, nel 2008, ItalianaSoftware: una start-up che ha sviluppato il progetto ritenuto folle di elaborare un nuovo linguaggio di programmazione chiamato Jolie. Nel 2010 ItalianaSoftware entra a far parte del gruppo GPA di Imola per poi divenire partner di Imola Informatica, operante nel settore delle architetture software. Il 20 dicembre prossimo Italiana Software sarà organizzatrice e coordinatrice di MoM – Meeting on Microservice, presso la sede del quotidiano Il Resto del Carlino di Bologna, il quale cercherà di unire le esigenze e le esperienze del settore pubblico e privato con quelle della ricerca e dell’innovazione nell’ambito dei microservizi. A raccontarci la realtà di ItalianaSoftware sono entrambi i fondatori, Fabrizio Montesi e Claudio Guidi.

Com’è nata l’idea?

(Fabrizio Montesi) Jolie è una collezione di idee, più che un’idea. Siamo convinti che se non ci fossimo incontrati, o non avessimo avuto una genuina volontà di collaborare e non fossimo stati così motivati, non l’avremmo portato alla luce.  Ai tempi, Claudio stava collaborando con i gruppi di ricerca del professor Gorrieri e del professore Gianluigi Zavattaro su modelli teorici, con l’obiettivo di semplificare e migliorare la programmazione di architetture software per servizi. In particolare, nella sua tesi di dottorato, Claudio aveva proposto un modello teorico sulla base del quale era possibile costruire un linguaggio di programmazione vero e proprio, anche se non esisteva ancora alcuna implementazione effettiva. Fu in quel momento che mi aggregai al gruppo di ricerca, iniziando una tesi di laurea proprio su quegli argomenti. Nacque una genuina collaborazione che portò a un risultato eccezionale: un primo prototipo funzionante che permetteva già di vedere la possibilità di creare effettivamente un nuovo linguaggio di programmazione. Cominciammo allora a lavorare su due filoni principali: da una parte la ricerca e, dall’altra, l’idea che i risultati della ricerca debbano alla fine scontrarsi con il mondo reale, quindi con un’idea di impresa. Decidemmo di iscriverci alla Start-Cup organizzata da Innovami. L’idea di riuscire a fare business con un linguaggio di programmazione nato in Italia, tra Fano, Cesena, Imola e Bologna, e totalmente sconosciuto, appariva folle e soprattutto impossibile. Anzi, del tutto fuori di testa! Ma fu grazie all’aiuto di Angelica dello staff di Innovami e ai suoi preziosi consigli che riuscimmo a scrivere un business plan degno di quel nome e a presentare domanda di partecipazione. Il risultato fu sorprendente e inaspettato: ci qualificammo secondi, riuscendo in un colpo solo a entrare all’interno dell’incubatore Innovami di Imola e a rappresentare Bologna al PNI (Premio Nazionale dell’Innovazione) di quell’anno a Napoli. Fu una con grande soddisfazione che ItalianaSoftware nacque in quel preciso momento.

Perché avete pensato di trasformare l’idea in un’azienda?

(Claudio Guidi) Dalla nostra esperienza era emerso come Jolie fosse più semplice, veloce, ed elegante di altri sistemi nel progettare per quello che era stato pensato: questo genere di approcci causerà una rivoluzione nel mondo del software e la nostra impresa è il veicolo per dare anima a questa rivoluzione. Soprattutto io, non riuscivo ad accettare l’idea che gli italiani debbano essere consumatori passivi di tecnologie importate da oltre Oceano. ItalianaSoftware si chiama così proprio per rendere omaggio al ambiente culturale in cui è nata la tecnologia: per dimostrare che anche in Italia fosse possibile fare tecnologia vera, capace di aumentare il nostro benessere ma anche di tutto il territorio che ci ha cresciuto. La cosa più bella è che Jolie è al momento una tecnologia unica nel suo genere nell’ambito dei microservizi e questa cosa ci riempie di tanto orgoglio.

Pensate che la vostra azienda e la vostra tecnologia possano giocare un ruolo importante all’interno della visione proposta da Industria 4.0 per l’Italia?

(C.G.) Assolutamente sì, i microservizi e Jolie in particolare possono essere viste come tecnologie abilitanti per la creazione di nuove architetture software che intercettino la visione proposta da Industria 4.0, ma non solo. Grazie al know-how che abbiamo acquisito in ambito teorico, potremmo dare il nostro contributo non solo in termini applicativi, ma anche nella creazione di linee guida da seguire. Dal punto di vista accademico Jolie è stato fondato su basi molto solide e, fino a oggi, molta parte del nostro lavoro si è concentrata proprio nella definizione dei concetti base e fondanti delle tecnologie a microservizi. Abbiamo tutte le carte in regola per aiutare l’industria italiana a entrare nell’era 4.0. Dal punto di vista della didattica, grazie alla sua semplicità, Jolie potrebbe aiutare gli studenti a entrare immediatamente e in modo semplice nella mentalità corretta per affrontare le nuove sfide che verranno dal mondo del software. Il suo linguaggio incarna tutti i meccanismi base della programmazione a microservizi e uno studente che lo abbia acquisito troverebbe assolutamente naturale ragionare sui problemi di tipo 4.0.

Perché avete cercato un incubatore?

(F.M.) Per tre motivi principali. Primo: avevamo le idee, ma non avevamo i clienti! E i clienti in Italia si costruiscono, inizialmente, attraverso una rete di esperienza e connessioni. Abbiamo cercato l’aiuto dell’incubatore per inserirci in un network. Secondo, il punto di forza principale delle nostre idee era anche una debolezza: stavamo proponendo una nuova tecnologia potenzialmente applicabile a molteplici ambiti. Per mostrare questo potenziale, dovevamo decidere che tipo di progetti e prodotti avremmo dovuto costruire all’inizio della nostra avventura. Dovevamo, quindi, individuare nel tessuto industriale locale quali fossero i domini di applicazione più interessanti. Per questo ci serviva qualcuno in grado di segnalare che cosa le aziende locali stessero cercando al momento. Infine, l’ultimo motivo è più pratico: l’incubatore ci ha dato la possibilità di avere una sede dai costi contenuti, che abbiamo usato per lavorare e incontrare altre aziende. La vicinanza geografica porta sempre migliori risultati nel lavoro e nello sviluppo di contatti.

Cosa ha dato Innovami all’impresa? Perché è stato importante per svoltare e arrivare al mercato?

(C.G.) Il merito principale è quello di averci messo in contatto con il tessuto locale. L’essere stati selezionati come proposta innovativa ci ha permesso di essere visti dall’esterno come una realtà valida e meritevole di attenzione. Grazie ad Innovami siamo venuti a contatto, nel 2010, con il gruppo GPA con il quale abbiamo sviluppato progetti per il mondo industriale in modo più sistematico. Tra le altre cose va poi sicuramente menzionato che avere una sede a prezzi contenuti, in un ambiente giovane e creativo, è un elemento fondamentale.

Quali sono le maggiori difficoltà? Quali sono le tre cose che uno startupper deve evitare?

(F.M.) Nella nostra esperienza la difficoltà più grande è, ed è sempre stata, quella di far comprendere l’impatto innovativo della propria tecnologia. Alcuni clienti, ma a volte anche alcuni partner tecnologici, riducono il tutto ai costi immediati. L’idea è sempre quella di spendere pochissimo per avere grandi risultati, ma spesso una spesa minimale in più all’inizio può portare a notevoli benefici in seguito. C’è poca volontà nel guardare lontano. In Italia molte aziende non hanno le competenze per fare queste analisi, o capire quelle che noi proponiamo: c’è un vero e proprio deficit di qualifiche. Non è una questione di persone, ma di formazione. In sintesi è necessario: consolidare bene la proposta verso il cliente, senza perdersi nei dettagli tecnici, facendogli comprendere in modo semplice il valore aggiunto; non svendere il lavoro proveniente da anni di ricerca e studio; stimare consapevolmente i costi ed i benefici di ogni scelta senza farsi trascinare dall’entusiasmo.

Quali sono le tre cose che uno startupper deve fare prima di ogni altra cosa?

(F.M.) Dire le cose in faccia, subito: se pensate che alcune condizioni vi porteranno a delle perdite, ditelo subito a clienti e partner. Non bisogna aver paura di offendere alzando critiche. Esistono molti commerciali o manager che cercheranno di agitare discussioni per farvi compiere scelte impulsive. Non fatevi coinvolgere. Rimanete razionali e concentratevi sui numeri. I vostri primi clienti e partner saranno per voi preziosissimi, ma anche i primi che cercheranno di trarre il più possibile da voi. Stabilite sin dall’inizio dei patti chiari sul costo del vostro tempo, considerando anche le vostre competenze! Un paradosso assurdo è aspettarsi da piccole aziende di lavorare a costi inferiori a quanto ci si aspetterebbe da un libero professionista con eguali competenze. Ricordate che nessuno capisce il vostro potenziale innovativo meglio di voi (almeno all’inizio), quindi non aspettatevi che gli altri vi sappiano dire cosa dobbiate fare. Molti cercheranno di farvi agire non nel migliore dei modi o nel vostro interesse. In conclusione, ai vostri clienti e partner dovete chiedere quali siano i loro problemi, essendo l’essenza del business vi devono essere chiari: è vostro il compito di costruire la soluzione migliore usando la vostra innovazione.

Vi piace fare gli imprenditori e perché?

(F.M.) Sì. Sono convinto che fare l’imprenditore riveli aspetti interessanti della nostra società. Diventando imprenditore ho sviluppato abilità importanti nella vita di tutti i giorni, su come interagire con le persone e il mio lavoro. La parte che non auguro a nessuno è lo stress, ma il rimedio migliore che conosco è fare attività fisica: sport, palestra, quello che volete, basta che sudiate!

(C.G.) Sì, anche se inizialmente ha sottovalutato la cosa. Per me si tratta di una bellissima esperienza che consiglio a tutti quelli che se la sentono, anche se non mancano le difficoltà. Il più grande insegnamento che sto traendo dall’essere imprenditore è che la vita è imperfetta, noi siamo imperfetti e quello che facciamo è imperfetto. Solo i sogni sono perfetti, ed è per quello che li inseguiamo.

Vi considerate ancora una start-up? Quale sarà il vostro prossimo passo?

(F.M.) No, basta start-up, vi prego! Ormai è passata troppa acqua sotto i ponti. Il nostro prossimo passo è stabilirci in ambito internazionale.

Come vedete il vostro futuro?

Lo (C.G.) Il futuro non esiste: è solo il presente che si propaga nel tempo. Oggi siamo cresciuti e ciò che prima sembrava folle e assurdo oggi lo è di meno: lavoriamo affinché la follia innovativa di ieri diventi la giusta consuetudine di domani.

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