La coordinatrice di Innovami, Paola Perini, a pochi giorni dal nuovo appuntamento di Innovami Camp “Industria 4.0, trasformazione digitale e innovazione dall’esterno”, porta il suo punto di vista su questi temi.
Le start up, oggi
Le start up sono poche, sono relativamente giovani e sono piccole, ma portano innovazione sia in termini di miglioramento che di trasformazione delle filiere di produzione e servizio.
In Italia sono censite come start up innovative circa
6.500 imprese, ma a molte non interessa godere dell’opportunità offerta dal decreto che le esplicita. Si parla di un numero almeno doppio, anche se per poterne fare un vero conteggio si dovrebbe ricorrere a costose ricerche che verrebbero superate immediatamente. Le start up sono dinamiche, sono agili e scelgono, sviluppano e declinano il modello di business rapidamente.
Come qualcuno ha detto: le start-up non sono bambini. Sono alieni!
Avvicinare questi “alieni” agli “uomini”, le industrie mature, non è facile e richiede approcci che siano mutuamente riconosciuti ed efficaci per entrambi.
Start up & industrie mature: un potenziale inespresso
L’intensità della relazione tra queste due specie (startup e industrie mature) è determinata dalla disponibilità/necessità di risorse finanziarie e competenze e dall’abitudine ed esperienza a lavorare sul mercato dell’innovazione.
In questi ultimi cinque anni qualcosa è cambiato e in generale le due specie per lo meno si vedono. Molte vetrine sono state aperte per far conoscere alle imprese più mature i prodotti e i servizi delle start-up. Dall’italiano Smau, agli innumerevoli “pitch”, ai siti di crowdfunding e di investimento in cui è possibile investire sui prodotti e servizi delle start up (un esempio tra i tanti è Kick starter) o sulle stesse start up (Angel list o l’italiana Siamo soci).
Certo che siamo ancora molto indietro. Mentre in Oriente si guarda a queste vetrine per riprodurre le innovazioni in esse rappresentate, qui in Italia si continua a giudicare il fenomeno come se fosse una moda e perdendo di vista in molti casi la capacità di innovazione, a volte strategica, che si trova all’interno delle proposte delle startup. In Oriente quindi vengono capite. Fin troppo! Mentre da noi vengono solo viste, salvo in pochi casi.
Approcciare alla trasformazione digitale significa per le imprese mature individuare, seguire, emulare o adottare nuovi modelli di business a maggiore valore aggiunto in una catena del valore sempre più centrata sul consumatore finale e sull’esperienza di quest’ultimo. Su questo le start-up possono insegnare l’approccio e proporre le soluzioni. Ma il linguaggio deve essere comune o per lo meno condiviso.
Il ruolo di acceleratori e incubatori
Acceleratori e incubatori rappresentano idealmente le organizzazioni in grado di mettere in contatto queste due specie e realizzare il vero scambio.
Negli acceleratori e incubatori, le imprese mature identificano e esplorano soluzioni indeterminate e indefinite associate con un ritorno dell’investimento di lungo termine valutando mock-up e prototipi delle startup. Negli acceleratori e incubatori trovano la formazione i nuovi imprenditori interni od esterni all’azienda e tutti coloro che dovranno lavorare per l’introduzione nel tessuto industriale e aziendale dell’impresa. Con gli acceleratori e incubatori si entra nella rete di partner dell’innovazione (compreso la finanza specifica) e, se necessario, nelle “facilities” in grado di realizzare l’innovazione.
Ma se questa esperienza funziona per imprese che approcciano in modo sistematico la guida verso l’innovazione che trasforma e che ormai hanno compreso il valore della specie “aliena” delle start up, e la crescita del Corporate Venturing (*) avuta in quest’ultimo anno lo dimostra, non è altrettanto trasferibile a quelle imprese che hanno un’attitudine bassa all’innovazione o che sono piccole.
Alcuni elementi da cui far partire delle iniziative con al centro start up, o meglio, delle nuove imprese innovative: massa critica su bisogni derivanti dalla trasformazione digitale, attenzione su alcuni temi orizzontali quali ad esempio sicurezza, accessibilità, interoperabilità, e verticali come robotica, internet of things, modellizzazione e simulazione focalizzate su catene del valore.
Con l'aiuto delle start up si potrebbe ridisegnare una parte del sistema dell’innovazione, quella tra la validazione tecnologica e il mercato, in cui più alto è il rischio e più alti sono i costi dell’innovazione. Nei loro geni c’è la ricerca industriale ma anche confronto con i mercati, e in particolare con gli investitori e soprattutto c’è la conoscenza e la capacità di sviluppare velocemente i nuovi paradigmi della digitalizzazione.
Ti aspettiamo a Innovami Camp, lunedì 5 dicembre 2016
Un convegno per parlare proprio di questi temi: la digitalizzazione e lo sviluppo competitivo della nostra industria manifattura alla luce della Quarta Rivoluzione Industriale. Innovami Camp sarà l'occasione per presentare alcuni modelli di Corporate Venturing realizzati in Italia da imprese italiane e rivolti alla trasformazione digitale del manifatturiero.
Alla Tavola Rotonda parteciperanno gli attori della media grande industria del territorio che avranno il compito di delineare limiti, opportunità e azioni del Corporate Venturing. Diversi gli speaker invitati e che si alterneranno per fornire una visione completa su un tema così innovativo.
La partecipazione è gratuita, ma per motivi organizzativi è gentilmente richiesta l'iscrizione su innovami.eventbrite.it
(*) Il Corporate Venturing è l’investimento che un’azienda, solitamente di grandi dimensioni, fa su una start-up direttamente o attraverso un fondo dedicato (Corporate Venture Capital- CVC) per avere, tra l’altro accesso privilegiato alle innovazioni o alle tecnologie sviluppate dalle start up. I dati del primo Osservatorio sui modelli italiani di Open Innovation e Corporate Venture Capital, promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, in partnership con Ambrosetti e Cerved evidenziano che gli investitori in CVC concentrano le loro quote in circa 1.900 start up innovative (circa il 30% delle start up iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese). Oltre il 60% di questi investitori sono large corporate (con un giro d’affari di oltre 50 milioni di euro), mentre sono 400 le PMI e 31 le microimprese.